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Recensione di “Kairos” di Cinzia Luigia Cavallaro pubblicato da Giraldi Editore
Dicembre 20, 2008, 10:48 am
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Leggere Kairos di Cinzia Luigia Cavallaro significa conoscere una storia d’amore senza un lieto fine, soffrire, immergersi nei flutti annichilenti dell’amore. Leggere Kairos significa leggere l’amore nel suo momento di illusione, di splendore, di disillusione, di dolore.

I versi sono brevi; molte composizioni sono brevi: allora breve è l’amore? allora breve è il suo splendore? Forse si. Almeno lo è per Cinzia. Si parte dall’originaria operazione di piantamento del seme dell’amore e si arriva, percorrendo sentieri tortuosi, spinosi e oscuri, alla dissoluzione, al nulla, o quasi. Infatti la stessa autrice, nell’ultima poesia della silloge, ci suggerisce:

Quel poco che
resta di me
 vaga per il mondo.

Senza meta
e
 senza te.

Che cosa è quindi per Cinzia amare? Amare è frantumarsi, ridursi, annullarsi. Amore è sinonimo di abnegazione. Infatti si legge in più poesie, laddove l’illusione prende piede e si impadronisce dei versi, la volontà di “perdermi in te”, di sentirsi “un tutt’uno con te prima ancora di essere me”, “le vie sono senza senso in assenza di te”. Questo perché lui,  colui il quale dovrebbe essere il fruitore del suo amore, colui il quale è il motivo per il quale Cinzia si autoannulla, è il suo “pane quotidiano”, la sua casa (“io dimoro in te”).

E cosi l’anima di Cinzia, senza il suo pane quotidiano, senza la sua casa, è “sgretolata, annullata, dissolta”. Anzi di più:

Li è rimasta
l’anima mia
sul tavolo da cucina
 sopra la tovaglia
 bianca e blu.


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